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Andrea Del Ponte

Web 2.0: impatti sociali e opportunità per le imprese
Lunedì, 15 Ottobre 2007 (Alessandro Palmisano)

Venerdì 12, presso il Four Seasons Hotel di Milano si è tenuto un incontro organizzato da "The Ruling Companies Association", dal titolo "Web 2.0 e il mondo a banda larga: impatti sociali e opportunità per le imprese".

Guest speakers d'eccezione erano: Francesco Caio di Lehman Brothers, Luca de Biase di Nova-Il Sole 24 Ore, Stefano Venturi CEO di Cisco Italia e Valerio Zingarelli di Babelgum. Non da meno, tra i discussant, Enzo Biagini patron di Apple Italia, Carnevale Maffè, docente Bocconi, il professor Decina del Politecnico di Milano, Mario Mariani, numero uno di Tiscali e Layla Pavone di IAB Europe.

Alessandro Palmisano è stato ospitato all'evento e ne offre un riassunto dei contenuti e degli interventi più salienti.


Secondo Francesco Caio, occorre analizzare tre fenomeni tecnologici per capire cosa sta succedendo nel mondo del web. La banda larga banda consente oggi a 350 milioni di persone di interagire velocemente; fondamentale è la crescita del protocollo IP con separazione tra i servizi. In ultimo, ma non meno importante, il fenomeno del rapido sviluppo di terminali digitali molto potenti che si andranno ad affiancare al PC e che andranno ad ampliare il pubblico di Internet. Questa trasformazione modifica gli attribuiti delle informazioni, che sono oggi ubique, permanenti e simmetriche. Il protocollo IP slega l'informazione dal luogo. Oggi un podcast o la TV on demand consentono di fruire dei contenuti in ogni occasione e vi è simmetria tra l'informazione dei media mainstream e quelle dei blogger. C'è una appetito nei confronti dell'interazione. Tutto ciò ha delle ripercussioni sul versante dell'offerta.  Le telco e la carta stampata hanno creato valore in passato perché hanno sfruttato la coesistenza tra rete e servizio. Ma se il broadcaster porta l'ultimo miglio non è piu' in grado di ancorare il consumatore ai propri servizi, pertanto la loro potenza è molto diminuita. E questo farà abbassare di molto i costi di transazione. 

È poi il turno di Luca de Biase, che si domanda quali siano le conseguenze sociali del web 2.0. Secondo il responsabile di Nòva, noi stessi stiamo determinando quello che succederà anche se ancora non lo sappiamo. De Biase che è sia blogger che giornalista "cartaceo" cita dei dati Eurisko sul V-Day organizzato da Beppe Grillo, fenomeno partito da un blog; ebbene, questo evento ha raccolto 300 mila persone in piazza, ma il 90% di esse si trovava  li senza avere letto il blog del comico genovese. Non siamo più di fronte soltanto a un insieme di media che hanno una relazione con il loro target. De Biase snocciola poi ulteriori dati interessanti: un blog ha mediamente 5 lettori, mentre un telefonino mediamente telefona a 3 persone soltanto. Questi sono nodi di una rete orizzontale che invece copre tutti. Il pubblico oggi è attivo, e che rivaluta ciò che gli viene comunicato dai media.

L'amministratore delegato di Cisco Italia, Stefano Venturi fa un breve excursus sulla storia della Rete. La prima fase di Internet ha portato alla disintermediazione e ci ha resi più produttivi e liberi. Dopo l'avvento di Internet, l'informazione si è resa accessibile a tutti. E ci sono stati anche impatti sul modo in cui le imprese fanno business. Le prime aziende che sono andate sul web hanno emancipato i propri dipendenti prima degli altri. Dopodichè  è nata la gara a fare siti web sempre più interessanti. Ora c'è il web 2.0 e siamo di fronte a una rivoluzione che, secondo Venturi, stravolgerà sia il nostro modo di lavorare sia i business model aziendali. Se il Web 1.0 era la "Internet delle informazioni" non v'è dubbio che il Web 2.0 sia la "Internet delle persone".  Un ulteriore aspetto fondamentale è anche il fenomeno che si sta scatenando a livello individuale; siamo infatti nell'epoca degli User Generated Contents: dai blog a Second Life. Quali sono, concretamente, gli impatti del web 2.0 sul business? Ad esempio il fatto che oggi il consumatore (generazione Y) arriva in azienda e vi porta un nuovo modo di lavorare: quelle aziende che cavalcano questi modi di lavorare, ne guadagnano in produttività e creano uno human network di persone che collaborano in giro per il mondo. I due terzi del fatturato di Cisco è generato dalle aziende e piccole e medie e, da parte del cliente vi è una sempre maggior richiesta di paretcipare al disegno dei nuovi prodotti. Ma anche il tema dell'ecosostenibilità è importante ed attuale. Molte aziende stanno iniziando a occuparsi di riduzione della CO2 e su questo Cisco è all'avanguardia con soluzioni di Virtual office e teleconferenze.

Enzo Biagini esordisce con una considerazione di marketing: il mercato, oggi tende ad essere sempre più segmentato; in questa situazione un'azienda non può non cambiare. In un mondo così frammentato dove l'individualità  diventa più importante, quali sono gli elementi unificanti sui quali investire? Per Apple, il leitmotiv della filosofia aziendale è la semplicità. Semplificare è e deve essere il compito delle aziende hi-tech. Gli investimenti devono servire a ridurre la complessità dei prodotti tecnologici. Gli utenti oggi sono piu' "connessi" e sono degli "attori attivi" perchè gli oggetti hi tech consentono di fare questo. Ma oltre alla semplificazione, occorre fornire all'utente finale anche gli strumenti per aumentarne la creatività. L'AD di Apple Italia si sofferma poi sull'aspetto emozionale del cliente: in un mercato ipercompetitivo, dove il marketing è una leva fondamentale per alimentare le vendite, le modalità di approccio diventano le più ricche possibili, quindi le emozioni e la psicologia che completano a tutto tondo l'esperienza dell'utente, e assumono un'importanza che in passato, in un mondo più monolitico, non era contemplata. Le aziende moderne si accorgono di quello che succede a livello delle persone e su questo, cercano di essere all'altezza di ciò che succede, e di cambiare pro temporibus.

Anche Mario Mariani, patron di Tiscali, porta dei dati, questa volta a cura della Nielsen Net Rating: nel 2006 c'è stato un sorpasso tra il tempo speso sul web e quello trascorso a leggere e rispondere alle e-mail. Il web, da strumento di comunicazione, diventa così un vero e proprio medium. Mentre 25 anni fa la potenza di calcolo era concentrata nelle grandi corporation, ora essa è a disposizione anche della gente comune. Un consumatore, oggi, crede molto di più nelle raccomandazioni che arrivano dagli amici rispetto alla pubblicita' (75% credono delle persone crede più ai cosiddetti peers; solo il 25% crede alla pubblicità). Un singolo blogger probabilmente non sposta l'audience, ma tanti piccoli bloggers messi assieme creano un grande potere.

Layla Pavone di IAB Europe si concentra sui temi dell'e-advertising e della comunicazione digitale. Il web2.0 sarà la soluzione a tutti i problemi di comunicazione? La vecchia, tradizionale pubblicità non servirà più? La verità è che siamo trascinati dalle mode, ad esempio Second Life che, secondo la Pavone, è molto poco interessante se si parla di comunicazione in senso stretto del termine. Tuttavia, nonostante la rivoluzione partecipativa del web 2.0, in alcuni momenti della giornata siamo passivi, e in quegli istanti il cervello recepisce e subiamo la pubblicità; una campagna di questo tipo è legata allo spazo-tempo e cerca di colpire un target molto ampio, per sfruttare le economie di scala. In altri momenti siamo invece attivi e produciamo contenuti. Dal punto di vista dell'impatto del web 2.0 sulle imprese,  all'interno delle aziende non è più possibile lavorare a compartimenti stagni. Occorre abbattere le barriere tra i dipartimenti marketing, vendite e comunicazione.

È poi il turno di Carnevale Maffé docente Bocconi e SDA. Nella situazione attuale, si sta perdendo la distinzione tra la produzione e il consumo. È difficile continuare a parlare di imprese e clienti; più corretto sarebbe parlare di "ecosistema di stakeholders multiruolo": ognuno degli attori fa più cose per volta, e la lezione dei social network dimostra proprio questo. Un soggetto può essere, al contempo, sia acquirente di un libro su Amazon, che un fornitore di contenuti, quando produce la recensione di un libro. Quale, dunque, l'impatto del web sociale sui modelli di business? Internet ci ha fornito una sintassi economica formalizzata che è in grado di fare emergere un valore implicito, ad esempio quello delle relazioni tra le persone. Questo le rende fonti di asset e di ricavo; possono essere fonti o impieghi di cassa. Occorre però distinguere tra asset (attività) e liabilities (obbligazioni): un social network diventa infatti sia un asset che un'obbligazione; se l'impresa invade la privacy dell'utente, esso si ritorcerà contro l'azienda (è il caso dello spamming). Un social network può quindi essere visto sia come driver di costo, ma anche come generatore di cassa; è possibile delegare ad esso delle logiche distribuite, di rating e di validazione dei contenuti, ma anche referrals. Come case history di successo, il Dottor Maffé cita IBM, che ha sposato la cultura open source e Amazon.com che fa realizzare le recensioni ai clienti.

Il dibattito prosegue poi con un nostro intervento, che prende spunto dalla news secondo cui Microsoft sarebbe pronta ad acquistare il 5% di facebook.com per un controvalore di 500 milioni di dollari. Ci chiediamo se non stiamo rischiando di andare verso una bolla speculativa 2.0, simile a quella del 2000 ma, con la differenza che nella maggior parte dei casi le aziende acquistate, comprate e fuse si tengono lontane dai mercati finanziari. Ci risponde Carnevale Maffè, secondo il quale, quei 500 milioni sarebbero ben spesi per il colosso di Redmond; la cifra è sì stratosferica, se la consideriamo in valore assoluto, ma è legata ad un fatto importante: facebook è un social operating system con 4.000 applicazioni widget scritte dai partecipanti. Si tratta di una realtà che a Microsoft fa paura: cosa succederebbe se i partecipanti di facebook costruissero il Linux dell'entertainment? Quindi, quella partecipazione del 5% possiamo vederla come una sorta di polizza assicurativa che Microsoft stipula, contro il rischio di essere messa fuori mercato. 

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