Nel 2002 con il collega Antonio dello staff, mi lanciai in una sfida comune
nella quale abbiamo creduto: costruire un paniere contenente tre titoli, attribuire
un certo peso a ciascuno di essi e formulare un target price, compresa l'aspettativa
di rischio. Le azioni scelte erano Apple, Amazon e Yahoo!.
Il risultato fu che io, più propenso al rischio, sovrappesai Amazon,
mentre Antonio che voleva un portafoglio meno rischioso sovrappesò Apple.
All'epoca la società di Jobs era vista come più solida, stabile
e meno propensa alla crescita. Mentre Amazon pareva ben più pronta a
scatti sui prezzi. Yahoo ci pareva una via di mezzo. In realtà le cose
non sono andate proprio così. A distanza di tre anni e mezzo i numeri
sono questi: Apple è cresciuta, da quei giorni, del 915%,
mentre Amazon si è limitata a un modesto, seppur rispettabile, +40%.
Yahoo, a metà tra le due con un + 300%. Se avessimo
conservato tutte le azioni acquistate assieme in quei giorni, oggi avremmo guadagnato
una cifra da capogiro. Ma, rimasti scottati dai crolli del 2001, non appena
ci siamo trovati di fronte a guadagni a due cifre abbiamo pian piano iniziato
a vendere. Più i titoli salivano, minore era il numero di azioni che
ci trovavamo in mano. Tutto sommato ci siamo ritenuti soddisfatti della plusvalenza
conseguita, a maggior ragione per il fatto che all'epoca era una faccenda da
folli scommettere su tre società che venivano fuori da crolli devastanti,
in termini di valori azioniari, ma anche di utili. Ma l'andare controcorrente
ha pagato.
Apple
Apple, lo ricordiamo, nell'autunno del 2000, in seguito a un profit warning
dovuto a bassi volumi di vendita del Power Mac Cube, dimezzò, in un solo
giorno, il valore della sua capitalizzazione. Fu il famoso venerdì
rosso di Apple, passato alla storia con un sanguinoso -50%. Da lì,
come mostra il grafico, scese ancora per molto. La svolta fu nel 2002, con l'iMac
rinnovato, l'affermazione di Mac OS X, il fenomeno dello switching da PC a Mac
e la successiva apertura di iPod al mondo Windows. Nel 2003 arrivò il
G5 per il mercato professionale, a inizio 2004 gli iPod mini, poi il resto è
storia recente...

Yahoo!
Yahoo, nel 2000 iniziò a prezzare centinaia di volte gli
utili che macinava: erano pochi, ma gli analisti ne prevedevano tantissimi e
a breve. Ma non fu così, poiché il mercato dell'e-advertising
non mantenne le promesse e il modello della freelosophy (o, se vogliamo, del
internet-tutto-gratis), crollò, mietendo molte vittime. A contorno del
quadretto non proprio rosa, ricordiamo anche i tragici attentati dell'11 settembre
e il rallentamento dell'economia USA.
Come anticipammo in questo
articolo, la via da seguire era sicuramente quella dei servizi a valore aggiunto
a pagamento: dai servizi per conoscere l'anima gemella, agli approfondimeneti
di finanza. La strategia pagò e molto e ci siamo ritrovati con Yahoo
passata da 7 a 40 $ per azione.

Amazon
La storia delle azioni Amazon, è adrenalina pura. Il grafico parla da
sé. Sbarcata sulla Borsa americana nel 1997, quotata per una manciata
di dollari (5-6 $ circa), sull'onda dell'aspettativa dell'e-commerce e dell'ottima
politica pro Internet dell'amministrazione Clinton-Gore, iniziò una lunga
crescita che la portò a sfiorare i 100 $ durante la bolla speculativa
di fine millennio. Jeff Bezos, il CEO, puntava alla strategia del "Gorilla
Game", ovvero "prima cresci in fretta, conquisti tutto e poi inizi
a guadagnare quando sarai leader e nessuno potrà batterti". Ma crescere
tanto costava parecchio, soprattutto in termini di marketing e comunicazione.
Il modello di business di Amazon funzionava, ma i costi (specie quelli in pubblicità)
superavano di gran lunga i ricavi e Amazon, dalla sua nascita, ha conosciuto
una costante e progressiva erosione della cassa creata con la quotazione in
Borsa. Nel 2001, più di un analista scommetteva che entro la fine dell'anno
il colosso dei libri e CD avrebbe finito la liquidità e avrebbe chiuso
i battenti. Le azioni, nel frattempo, erano crollate del 90% rispetto all'anno
prima. In quei mesi era arrivato, al timone di Amazon, Diego Piacentini, ex
amministratore delegato di Apple Italia. Con Bezos decise di puntare alla vendita
anche di hardware e di far pagare alle case editrici le pubblicità dei
nelle newsletter spedite ai clienti. La cosa funzionò, tra il 2002 e
il 2003, Amazon macinò il suo primo utile della storia e oggi Bezos,
con 100 milioni di azioni, ha un patrimonio personale di quasi 5 miliardi di
dollari.

Cosa voglio dimostrare con questo articolo?
Innanzitutto che le migliori occasioni d'acquisto si hanno nei momenti di crisi,
quando nessuno crede più nel mercato azionario. Capire se un titolo salirà
o scenderà non è particolarmente difficile: hai una probabilità
del 50% di azzeccarci e una equivalente possibilità di sbagliare. La
cosa difficile, e che questa esperienza dimostra, è il capire il prezzo
di uscita. Nella determinazione del fair value, entrano in gioco, oltre alle
formule matematiche dei metodi di valutazione, anche le informazioni a disposizione
e la psicologia degli investitori, tanta tantissima psicologia. Che se qualche
volta può condurre al colpo di genio, spesso può anche alterare
i prezzi o le aspettative e far prendere pesante scottature. Sempre più
spesso si legge in giro di fedeli utenti Mac che si lanciano sulle azioni Apple
a qualsiasi prezzo: in questo caso l'acquisto è dettato quasi da una
motivazione affettiva e della convinzione mistica di avere tra le mani una rendita
perpetua. Purtroppo non è così, e il grafico a 10 anni è
li a ricordarcelo. Quindi attenzione a non affezionarsi troppo al proprio pacchetto
di azioni e a rimanere con occhio vigile sulle opportunità e minacce
del mercato.
Un'altra cosa che mi piacerebbe sottolineare è che, almeno in questo
caso, il detto di Warren Buffet: "investi solo in società
che conosci bene", ha funzionato a meraviglia. Nel nostro caso, avevamo
una discreta/buona conoscenza dei business model di Yahoo! ed Amazon e un'ottima
conoscenza di Apple. Buffet è un finanziere noto internazionalmente e
ai vertici della classifica delle persone più ricche del mondo. Tale strategia è
stata alla base della sua filosofia di investimento di lungo e lunghissimo periodo.
È una buona regola, ma poi occorre comunque considerare avvenimenti esogeni
fuori dal nostro controllo: può sempre capitare che i dati di bilancio
forniti agli investitori siano falsati, piuttosto che il petrolio alle stelle
deprima i conti. Ma chi non vuole rischiare, può sempre puntare sui Pronti
Contro Termine... :)
Questo pezzo è stato ispirato dalla mia vendita odierna dell'ultimo
pacchetto di Amazon. Ne avevo qualcuna in meno di Jeff Bezos, ma sono felice
comunque.
Buon anno a tutti.