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Sulla strada di San Francisco

C'è Intel che cavalca


Quando lunedì 6 giugno Steve Jobs ha annunciato che sì, è vero, Apple abbandonerà la piattaforma PowerPC di IBM per adottare i chip del gigante di Santa Clara, il sottoscritto, come molti, è parso incredulo, sbalordito dalla notiza, e irritato dai modi serafici con cui Jobs e non solo lui, descriveva l'approdo sull'altra sponda. Tradito probabilmente è un termine eccessivo, poiché non essendo né lavoratore, né azionista di 'Big Blue' (per chi lo ignorasse, IBM è conosciuta con questo nomignolo), non si capisce bene dove sarebbe stato il tradimento. Ma una serie di pensieri ha iniziato a mulinare nella testa. A cominciare da quei keynote dove lo stesso Jobs sbeffeggiava i Pentium, di fatto considerati dei termosifoni nei confronti dei PowerPC, invece riconosciuti affidabili, poco rumorosi, per nulla 'calorosi'. E poi i cloni. E via discorrendo. Dopo una settimana ho deciso di tornare a ragionarci sopra.

Dura lex, sed lex

Apple è una società che deve vendere: in primis computer, poi software. Il cuore del secondo è Mac OS X 10.4 'Tiger', un sistema operativo all'avanguardia, con alcune funzioni che solo superficialmente possono essere liquidate come semplici ritocchi cosmetici. Mi riferisco a quel Spotlight, che per molti è solo un modo come un altro per trovare elementi nel proprio computer. Ma probabilmente, è il primo passo che porterà al superamento del Finder. Ma questo è un altro discorso. Non sono mancati problemi di utilizzo e stabilità a 'Tiger': tutto ciò è inevitabile (ahimé), ma nel complesso, possiamo dire che si tratta di una versione riuscita.
Il cuore del computer è, come si sa, il processore; sino ad ora IBM ha provato a fornirlo in quantità e con le prestazioni richieste sia dal mercato, che dal suo partner: cioé Apple. Ma basta dare un'occhiata alla recente revisione degli iMac G5 per comprendere al volo come la marcia di 'Big Blue' si fosse già da tempo interrotta, o più probabilmente, è stata distolta da altri interessi. Perché un aumento del processore di 200 MHz su macchine che costano tra i 1300 e i 1800 Euro, è semplicemente imbarazzante. Queste macchine ora si vendono, ma un'azienda ha dei doveri da rispettare: verso gli azionisti, verso coloro che vi lavorano. E perciò deve alzare il naso dai pur notevoli dati sul proprio fatturato e provare ad immaginare cosa sarà il mercato tra due o tre anni. Impresa non semplice, ma necessaria; a meno che non si voglia sparire. E' il mercato (cioé, in ultima analisi, noi), che detta tempi e modi.

Vicolo cieco

Nel giro di pochi anni, il mercato professionale (per intenderci: quello che attendeva il G5 a 3GHz, o il PowerBook G5), avrà moltiplicato le proprie voglie e appetiti hardware almeno per 2. Ma anche il mercato cosiddetto 'domestico' avrà alzato le proprie pretese. Certo: la maggioranza delle persone continuerà a scaricare la posta elettronica, a navigare, a montare i filmini delle vacanze, e a ordinare le foto scaricate dalla propria fotocamera digitale. Accanto a queste cose, però, sorgeranno aspettative e richieste che un piccolo produttore di computer come Apple deve essere tra i primi a cogliere. Se vuole vivere e prosperare. Perché non stiamo parlando di un'azienda come Lenovo o Acer, che in fondo seguono l'onda; bensì di un'azienda che ha sempre investito nell'innovazione (a volta sbagliando certo), considerandola la sola carta vincente per non finire nel cimitero dell'informatica. A questo punto la domanda è: IBM era un partner affidabile per raccogliere e magari vincere le sfide degli anni a venire? La risposta è: no.

Società per Azioni

'Big Blue' considera più importante il mercato delle console: Xbox 360, Playstation 3, Nintendo e compagnia giocante. Investire in un'azienda come Apple che detiene il 2/3% del mercato mondiale è degno di un'opera missionaria (con tutto il rispetto per i missionari, sia chiaro); i giapponesi e Bill Gates hanno probabilmente alcuni argomenti più convincenti. Cioé montagne di milioni di dollari, e un mercato sconfinato. Per IBM alla fin fine, il G5 era più un problema, che una entusiasmante sfida da portare a termine. Ricordiamoci sempre che abbiamo a che fare non con persone dai nobili principi, mosse da Alti Ideali; ma con Società per Azioni che devono render conto agli azionisti di ciò che fanno. Sarebbe bello che così non fosse: nell'attesa di un capovolgimento antropologico, teniamo presente questi aspetti, e procediamo.

La scelta

Al momento l'unico produttore di chip che garantisce una tabella di marcia certa, una fornitura di processori in quantità e nei tempi stabiliti è proprio Intel. Che non è esente da problemi: al momento l'architettura a 64 bits non c'è, mentre i G5 attualmente in commercio già la offrono. Ma IBM è attratta da altre sirene. Si è anche detto che la rottura è avvenuta per problemi di costo: 'Big Blue' avrebbe preteso più soldi da Cupertino per procedere nello sviluppo del G5. Questa probabilmente è solo una parte di verità. Si è indicato il processore Cell (che sarà montato sulla Playstation 3), come il chip perfetto: dimenticando ahimé, che questo è dedicato proprio alla console da gioco, e adattarlo avrebbe richiesto tempo e risorse quasi quanto il passaggio a Intel.

Un timido sole?

Appare perciò abbastanza chiaro come in queste condizioni Apple sia stata costretta a questa nuova transizione. A Cupertino sono ben consci dei costi, e non solo. Sanno bene in cuor loro (almeno credo), che un'architettura rodata come quella del PowerPC è al momento in buona salute: perfettamente in grado di fare le scarpe alla concorrenza. Ma tra un paio d'anni, salvo improbabili ripensamenti da parte di IBM, appare destinata ad un lento declino. Lo ripetiamo: il mercato delle console per videogiochi è quello in cui 'Big Blue' vuole giocare al meglio le sue carte. E lo fa con le tre aziende più affermate. Chiunque vincerà, farà felice IBM. L'alternativa per Apple era tra cambiare, oppure sperare nel mecenatismo (d'altri tempi), di qualche manager di IBM, che per puro idealismo avrebbe forse spinto per far arrivare il G5 a prestazioni accettabili. Ma sperando, la società di Jobs si sarebbe trovata con l'acqua alla gola.

Calma e gesso

Ci attende un anno interessante, da qui al giugno del 2006, quando saranno in vendita i primi Mac con chip Intel. Molti sono al momento gli interrogativi in sospeso. I problemi ci sono e ci saranno, perché non sarà tutto rose e fiori, in questa transizione; ma era necessaria. Prima, lo confesso, avrei scritto, riguardo ad essa: 'Un male necessario'. Ora, come si vede, non più.


Data di pubblicazione: 20-06-2005
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