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Il futuro proibito

Come il Web non cambierà le cose

Le otto e mezza del mattino, e la campanella della scuola squilla per indicare l’inizio delle lezioni nel piccolo paese tra le Alpi. I cinque allievi di quarta elementare entrano in aula, sotto lo sguardo del bidello (in realtà un pensionato del borgo). Sul banco di ciascuno, un computer (acquistato usato), che viene avviato e collegato alla Rete grazie ad un abbonamento flat su misura per le aree isolate. Gli alunni scaricano dai server la lezione del giorno (geografia, italiano e algebra, il tutto in PDF), con i compiti da riconsegnare il giorno seguente. Subito iniziano a scorrere la lezione, e chi ha qualche difficoltà, può contattare (attraverso la chat), il proprio insegnante. Che si trova a 40 chilometri di distanza, nella sede del Provveditorato, anche lui davanti al suo computer non ultimo modello, ma ugualmente efficiente.

Sogno o son desto?
Sembra realtà, vero? Peccato che sia fantascienza: in un Paese come il nostro, chissà perché, le cose più ovvie non si realizzano. Ogni anno, poco prima dell’apertura delle scuole, interi paesi dispersi tra le Alpi (e non solo), hanno il problema di come permettere ai propri bambini di frequentare le lezioni. Perché la scuola del luogo è stata chiusa, e trasferita a valle, a chilometri di distanza. Si studiano varie iniziative, ma quasi mai si parte sfruttando quello che c’è già: il cavo telefonico.

Occasione persa
Ma in fondo è ovvio. In un Paese arretrato come il nostro, che ha sempre considerato la scuola più come un grattacapo che come una risorsa da coltivare, non sorprende affatto la superficialità con cui il Web viene trattato. L’idea è di comprare computer (ovviamente ultimo modello), senza minimamente indagare sulle potenzialità enormi che la Rete porta con sé. D’altra parte, cogliere la sfida insita nella Rete, vorrebbe dire fare polpette di anni e anni di pigrizie, incompetenze, scarsa attenzione all’innovazione, e ancora tanta burocrazia insulsa, che hanno ingessato e sfigurato la scuola in Italia.

Di cosa c’è bisogno
Rendere possibile l’esempio immaginato poco sopra, vorrebbe dire investire in autentica innovazione tecnologica: cioé, non acquistare l’ultimo modello di computer, ma il terz’ultimo, magari. Significa stipulare accordi con le software house per la fornitura di programmi (non recenti, certo), ad un prezzo “shareware”. Significa accordarsi con l’operatore telefonico per ottenere delle tariffe basse da applicare a istituzioni pubbliche, o aree geografiche isolate. E dovrebbe accettare (l’operatore telefonico quotato in borsa), di guadagnare poco, per permettere però a tutti di cogliere l’opportunità di crescere. Invece, l’operatore telefonico striglia l’utente singolo, e riverisce la multinazionale. Ma chi ha necessità di crescere davvero? (Se rispondete la multinazionale, lavorate per una società telefonica).

Arrangiatevi
Alla fine, come spesso è già accaduto, si percorre la strada della demagogia e della faciloneria, per la gioia dei produttori di computer e di programmi. I quali, orgogliosi, dichiareranno di partecipare concretamente allo sviluppo del Paese. Mentre in realtà sviluppano solo le loro aziende, e i giovani, se vorranno davvero essere protagonisti delle sfide di domani, dovranno (come sempre), arrangiarsi.



Data di pubblicazione: 27-10-2002
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